Ogni riferimento a fatti o persone non è per nulla casuale però i nomi sono stati imperscrutabilmente cambiati così da non ledere privacy alcuna. E siete stati pure un po' romanzati, pel maggior diletto del lettore.
N.d.A.- RadioPagura: una due giorni di musica in una valle incantata, dove se ti pungi le mani spostando i ricci di castagna per avere un qualche striminzito centimetro quadrato per sederti puoi trovare, mezzo affondato nella terra, un tripuntuto corno di capriolo con cui fare invidia a tutti i presenti. E, grazie ai social, pure agli amici a casa, in tempo reale, senza nemmeno dover aspettare di tornare.
Riassunto del giorno uno
-imprescindibile per immedesimarsi nello stato d'animo del giorno due; facoltativo se presenti; consigliato per tutti.
Terra chiama prato. Prato chiama sedere. Sedere chiama telo. Telo chiama birra. Birra chiama amici. Amici chiama chitarra. Chitarra chiama palco. Palco chiama artisti. Artisti chiama francesi. Francesi chiama fanfara. Fanfara chiama ottoni. Ottoni chiama ballo. Ballo chiama pianto. Pianto chiama fuoco. Fuoco chiama cenere. Cenere chiama alba. Alba chiama collina. Collina chiama sedere. Sedere chiama rum. (Alba chiama rum? Alle cinque e mezza? Reduci da una giornata intera? Hai capito 'sti francesi.) Rum chiama sonno. Sonno chiama tenda. Ma ormai sono le sei, sei e mezza, sette. E quindi sole. E quindi. Sole chiama uccellini. Uccellini chiama caldo. Caldo chiama sveglia. Sveglia chiama persone andate a dormire ad un orario consono. Persone che, allegre, escono dalle loro tende per smontarle e cominciare il nuovo giornourlando chiacchierando con quelli che stanno nel punto diametralmente opposto a loro in questa spianata che è diventata campeggio. Però uccellini più caldo più persone allegre più chiacchiere chiama anche chi, fino a tre ore prima, era sulla collina che chiama alba che chiama rum eccetera. Il cui corpo non ha ancora fatto in tempo a produrre il puzzo del sonno e il cui cervello non ha ancora fatto in tempo a capire che si era addormentato. E che, quindi, escono dalla tenda freschi come rose che neanche dopo un letargo più SPA. Belli, brillanti, attivi.
Il conto si pagherà poi qualche ora più tardi.
Il dilemma del giorno due
Una piccola combriccola esce dalle tende e posiziona i propri teli sul prato antistante il palco, all'ombra. Il programma sui foglietti recita infatti: "10:00 - jam session del bonjour". E chi se la vuole perdere, una jam session del bonjour? Non loro. Soprattutto considerando la bravura generale dei presenti, appurata il giorno prima. Il gruppetto si gode l'aria fresca del mattino, pregustando il momento in cui si uniranno agli altri nel mistico rituale della creazione di musica improvvisa e condivisa.
Alle dieci, però, non si vede ancora anima viva all'orizzonte. C'è solo qualche ragazzino in lontananza che gioca a briscola urlando fortissimo qualsiasi commento invadendo la circostante pace sonora, caratteristica propria di quell'età in cui devi per contratto far sapere al mondo intero che esisti e averne l'attenzione incondizionata qualsiasi cosa stia succedendo. Non proprio gente interessata a una jam session, comunque.
Alle dieci e mezza arriva qualche membro dell'organizzazione che installa un telo sopra al palco per proteggere gli strumenti dal sole in arrivo.
Alle undici parte della combriccola torna al paese natio per prepararsi a presenziare ad uno sposalizio che avverrà nel vespro della giornata medesima.
Alle undici e mezza qualche zombie emerge dalle grotte di tela aggirandosi alla ricerca di caffeina.
A mezzogiorno è ormai chiaro per i tre rimasti che i suddetti freschi francesi e suddetti freschi amici siano nel pieno della fase REM all'interno delle loro tende sapientemente posizionate in un lato della spianata che al culmine della corsa del sole sarebbe stato all'ombra (pure astronomi, questi).
Che fare? Il primo concerto della giornata è previsto per le quattro del pomeriggio. Questo gap di quattro ore (abbondanti, considerando verosimilmente una puntualità simile a quella del mattino) passate al sole, in silenzio, con poco cibo e con alle spalle le tre ore di sonno della nottata precedente, ha tutto l'aspetto di una disfatta annunciata. Ma rapida un'idea guizza nella mentre di uno dei tre, propagandosi per telecinesi anche nelle altre due:
"E se andassimo a mangiare in un ristorantino?"
Cibo interessante, tempo occupato, pranzo all'ombra, ristrutturazione delle forze. Tutto il necessario per ripresentarsi alle quattro carichi per l'inizio del pomeriggio musicale.
Nonostante per qualche strano motivo tutti i ristoranti nei dintorni di Montanabuccia siano chiusi all'ora di pranzo del sabato, i tre bersaglieri trovarono un posticino molto vicino, dall'intrigante nome de "La Pescaia", a soli cinque minuti di autovettura da dove si trovano.
Da un lato.
Perché girando la macchina nell'altro senso di marcia il minutometro schizza a 31.
Ricordatevi sempre di guardare sia a destra che a sinistra quando attraversate in montagna, avventurieri.
La baita del mistero
Burdi (che, checché se ne dica, è femmina), Pocca (che, checché se ne dica, è maschio) e Vitto (che, checché se ne dica, è alloggio) (non scrivete di notte, perché poi succedono queste cose) (e ora che ci siamo guadagnati il Pulitzer possiamo cambiare il nome in Mitto, per la già citata privacy) entrano in una specie di baita bislunga appoggiata sulla dolce sponda di un chiaro torrente di montagna, tra verdi montagne e nere motociclette parcheggiate in una fila ordinata davanti all'ingresso.
Fuori, un cartello avvisa gli avventori che l'unica opzione presente è un menù fisso a 25 soldi.
Dentro, una scelta stilistica legnoso-tirolese costellata da foto datate di giovani bikers, vecchi manifesti di case di piacere, targhe dalla più svariata provenienza, slogan del tenore di "io me ne strafrego" con un font in direttissima dagli anni '30, un telefono a muro della SIP e una grondaia che perimetra un inconcludente pergolato interno.
Gli viene indicato un tavolo a ridosso del lato corto, vicino a un mobile su cui sono appoggiate le varie oliere saliere pepiere da portare ai commensali.
Si siedono.
Aspettano.
Un signore che, data l'età, avrebbe dovuto trovarsi in giardino con un cappello sbiadito e delle ciabatte sfondate a dar l'acqua alle zucchine, arriva al tavolo.
"Vi porto l'antipasto. Salume della casa."
Un decreto di tale portata non si discute: si accetta. Anche il vino è della casa: bottiglia in vetro scuro senza tappo, con etichetta scritta a mano, fotocopiata su carta arancione e appiccicata al vetro con la più indicata per utilizzi di questo genere: la colla in stick. I primi indizi di ruspanza sono già stati disposti. Seguiti dall'arrivo silenzioso di un tagliere che sorregge un salame e un coltello, e di una ciotolina di carote tagliate alla julienne condite con l'aceto bianco. Il cameriere si defila di nuovo, e i tre iniziano ad affettare il salame con un brindisi di inaugurazione.
Affetta che ti affetta, le dinamiche dello svolgimento del pranzo restano ancora parecchio nebulose. C'è forse un menù da consultare? Un foglio che indichi quali siano le portate comprese nel menù fisso? C'è possibilità di scelta? Affetta che ti affetta, nessuno pare avere il compito di illustrare ai clienti cosa preveda il lauto pasto. Ormai il pane nel cestino è finito, e ancora nessuno.
"Forse non ci portano il primo finché non abbiamo mangiato tutto il salame - ipotizza Burdi.- Magari possiamo impilare i piattini, dovrebbe essere un buon segnale."
Così fanno, e aspettano.
Il cameriere porta via i piattini, in silenzio.
Aspettano.
Dopo aver svolto importanti mansioni in tutti gli altri tavoli, un secondo cameriere con la pelata e i capelli residui fino alle spalle appoggia i palmi al loro tavolo, accenna a un blocchetto di post-it con sopra scarabocchiato qualcosa in rosso, li guarda uno per uno e
"Tagliatelle
Tortellini
Tortelli"
e aspetta. I tre si interrogano con lo sguardo.
Burdi: "Io prendo i cappellet-i tortellini, grazie"
Pocca e Mitto, cercando supporto l'uno nell'altro: "Per me i tortelli", "Sì anche per me".
Cameriere, fissandoli:
"Ragù
Burro e salvia"
Altro consulto telepatico, "Ragù".
Il cameriere, senza aggiungere altro, riprende il blocchetto e se ne va. I tre restano ancora qualche attimo sospesi.
Quale sarà il ripieno dei tortelli? Ricordano di aver letto qualcosa a proposito di tortelli di ricotta al momento della ricerca di un posto per il pranzo. Chi vivrà, vedrà.
Aspettano.
Questa giornata si vive sul filo del rasoio.
"Siamo a dama?"
Pocca e Mitto sono seduti l'uno di fronte all'altro, conversando a bassa voce del più e del meno. Dalla sua prospettiva, a Burdi sembra di assistere a uno di quei film sulla pericolosa e disperata solidarietà nei periodi di guerra. Mitto ha un profilo da gioventù hitleriana, occhi aguzzi verdi, naso drittissimo, volto chiaro e sottile senza un filo di barba. I capelli portati da un lato con una riga netta, quando è in camicia con le maniche arrotolate al gomito sembra un militare in congedo degli anni '40 che va alle feste per esercitare il suo fascino da cadetto.
Pocca ha una carnagione olivastra, lineamenti dolci, occhi grandi e scuri e riccioli nerissimi in testa e nella barba di qualche centimetro. Le maglie di lino leggero nei toni chiari e neutri della terra che spesso indossa completano la suggestione araba che si porta dietro.
Mentre li guarda, Burdi pensa che se all'improvviso una squadra di SS irrompesse alla Pescaia crivellando di colpi Pocca e strappando i gradi a Mitto per poi sbatterlo al confino non ci troverebbe nulla di strano. L'unico intervento invasivo nei confronti del loro tavolo, però, è il cameriere con i primi. Appoggia i tre piatti e torna a curarsi degli altri avventori.
Le pietanze sono ottime: il brodo di carne dei piccoli tortellini montanari è da menzione speciale, con la sfoglia del tortelli (di ricotta, come ipotizzato) che segue a ruota.
Mentre mangiano prosegue l'esplorazione visiva della location. Innanzitutto è sempre più chiaro che l'età media del personale di sala si aggira attorno ai settant'anni. E anche quella degli addetti alla cucina, come la vista d'infilata dal loro tavolo laterale consente: pingui cuoche in pinocchietti e calzature da giardino in gomma, con grembiule annodato intorno alla vita e retine appoggiate in testa a mo' di fez, in pieno stile di festa del partito di paese.
Poco prima che finiscano i primi, il cameriere mezzo capelluto torna, stesso blocchetto, stesso appoggio, stesso sguardo
"Trota fritta
Salsiccia alla pirata
Pollo piccante"
Cosa comporterà la salsiccia alla pirata? Forse una salsiccia corredata da un uncino di stagnola su un mare di lattughina? Non si attentano a chiedere.
Burdi: "Per me la salsiccia alla pirata, per favore"
Pocca e Mitto: "Per me la trota fritta", "Anche per me".
Ci si accorda poi sul contorno di patate e insalata, che verrà consegnata corredata da un "prendete l'oliera là in cima" (dal mobile di fianco, se siete stati attenti.)
Altra esplorazione della fauna locale, questa volta con focus sugli avventori. Tralasciate un paio di famiglie, si può dividere tra biker con enormi stivali di plastica alti come galosce e gruppetti di amici dall'età più elevata di quella dei camerieri. Tutti, indistintamente, hanno l'aspetto di essere frequentatori assiduissimi della Pescaia. Arrivano i secondi. Pocca e Mitto si sporgono sulla famigerata salsiccia alla pirata, in attesa di delucidazioni. Burdi scompone il piatto in umido con la forchetta, poi assaggia.
"E'...è una salsiccia con la trota sopra."
Questa poi. Assaggiano tutti con diffidenza. A parte l'eccessiva salatura, ha un suo perchè. Le trote fritte, invece, sono intere e croccantissime. Le patatine, dal canto loro, sudano come uno stradino a mezzogiorno, fritte con una modalità probabilmente simile a quella di buttarle in una pentola di olio e lasciarle lì fino a che morte non sopraggiunga.
All'improvviso, l'inaspettato. Il cameriere si avvicina mentre stanno ancora mangiando. Si appoggia, li fissa. Senza post-it.
"Quindi?"
Sgomento negli occhi dei tre porcellini. Quindi? Quindi cosa? Sguardi disperati rimbalzano interrogativi da un volto all'altro. Finché, l'illuminazione.
"Aaah! Bene bene sì sì tutto molto buono!"
Il cameriere, zitto, si volta e se ne va. Prova superata. Riprendono il pasto con sollievo, ignari della seconda prova incombente.
Pochi minuti e il cameriere-oracolo torna. Si appoggia, li fissa.
"Siamo a dama?"
Alla disperazione si aggiunge il terrore. I tre si guardano intorno per scongiurare la presenza di una rupe Tarpea sul retro della baita dalla quale potrebbero venire lanciati in caso di risposta errata. Nei cervelli i neuroni sinapsano alla velocità della luce scandagliando tutte le possibili interpretazioni di tale interrogativo, a discapito del controllo delle espressioni facciali che li fa sembrare tre amebe a bocca aperta. Buffering. Si apre un file contenente una locuzione dialettale con terminologia differente ma con similare disposizione delle parole.
"Sì, grazie! Abbiamo finito, siamo a posto."
Risposta esatta. L'oracolo si dissolve.
Per festeggiare la vittoria è d'obbligo il dolce.
Il filosofo: "Che dolci ci saranno?"
L'osservatrice: "Ho visto che agli altri tavoli hanno portato della zuppa inglese e altre cose bianche con i frutti di bosco, forse panna cotta"
Lo stratega: "Le vecchie hanno preso tutte la zuppa inglese. Bisogna fidarsi delle vecchie! Le vecchie sono una sicurezza. Io prendo la zuppa inglese."
L'osservatrice: "Avete visto che fuori ci sono due adesivi di due anni diversi del Gambero Rozzo?"
Il filosofo: "Del Gambero Rosso vuoi dire."
L'osservatrice: "No no, proprio del Gambero Rozzo"
Lo stratega: "Sarà per questo che ci sono tutti questi rider."
La canuta Sibilla (S., per dopo) interrompe le loro elucubrazioni. Si appoggia, li fissa.
"Poi?"
Questa volta, forti delle esercitazioni precedenti, gli enigmisti (E., per dopo)riescono a recuperare tutte le parole mancanti della frase in un tempo relativamente breve.
"Prenderemmo volentieri un dolce."
Sibilla: "Sì."
Ogni affermazione del cameriere è autoconclusiva. Sì cosa? Possibile che debbano rilanciare sempre loro?
E.1: "E che dolci ci sono?"
S:
"Zuppa inglese
Gelato coi mirtilli
Pannacotta coi mirtilli"
E.2: "Per me la zuppa inglese, grazie"
E.1: "Per me il gelato con i mirtilli"
E.3: "E per me la pannacotta, grazie"
S: "Con?"
Forse si era persa il passaggio relativo alle opzioni delle varie salse di guarnizione.
E.3: "Cosa ci si può mettere sopra?"
S: "I mirtilli."
Ah no, non si era persa nulla.
E.3: "E allora con i mirtilli."
Il ritorno
La zuppa inglese dello stratega, come predetto, è all'altezza delle aspettative. Gelato e pannacotta, invece, senza infamia e senza lode.
Rimasti ormai l'ultimo tavolo, pagano, ringraziano, fanno i complimenti alle cuoche intente a pranzare ed escono.
L'aria tersa e fresca li porta a passeggiare attorno alla baita, scoprendo una grande vasca di trote, quelle che alla richiesta di "trota fritta" vengono prese, fritte e portate in tavola. Chilometro zero proprio che devi solo uscire dalla porta.
Salgono in macchina sazi, rinvigoriti e con i cervelli che stanno terminando di elaborare questa esperienza mistica.
A Montanabuccia ormai è tutto pronto per i concerti del pomeriggio: gli strumenti sono sul palco, tutte le persone sono in giro per la valle, tutti sono svegli e attenti, ancora in attesa. Il momento è perfetto.
I tre corrono verso il loro pubblico con il racconto che urge e spinge.
"Non immaginerai mai cosa ci è successo a pranzo! Siamo andati in un posto qua vicino, La Pescaia..."
N.d.A.- RadioPagura: una due giorni di musica in una valle incantata, dove se ti pungi le mani spostando i ricci di castagna per avere un qualche striminzito centimetro quadrato per sederti puoi trovare, mezzo affondato nella terra, un tripuntuto corno di capriolo con cui fare invidia a tutti i presenti. E, grazie ai social, pure agli amici a casa, in tempo reale, senza nemmeno dover aspettare di tornare.
Riassunto del giorno uno
-imprescindibile per immedesimarsi nello stato d'animo del giorno due; facoltativo se presenti; consigliato per tutti.
Terra chiama prato. Prato chiama sedere. Sedere chiama telo. Telo chiama birra. Birra chiama amici. Amici chiama chitarra. Chitarra chiama palco. Palco chiama artisti. Artisti chiama francesi. Francesi chiama fanfara. Fanfara chiama ottoni. Ottoni chiama ballo. Ballo chiama pianto. Pianto chiama fuoco. Fuoco chiama cenere. Cenere chiama alba. Alba chiama collina. Collina chiama sedere. Sedere chiama rum. (Alba chiama rum? Alle cinque e mezza? Reduci da una giornata intera? Hai capito 'sti francesi.) Rum chiama sonno. Sonno chiama tenda. Ma ormai sono le sei, sei e mezza, sette. E quindi sole. E quindi. Sole chiama uccellini. Uccellini chiama caldo. Caldo chiama sveglia. Sveglia chiama persone andate a dormire ad un orario consono. Persone che, allegre, escono dalle loro tende per smontarle e cominciare il nuovo giorno
Il conto si pagherà poi qualche ora più tardi.
Il dilemma del giorno due
Una piccola combriccola esce dalle tende e posiziona i propri teli sul prato antistante il palco, all'ombra. Il programma sui foglietti recita infatti: "10:00 - jam session del bonjour". E chi se la vuole perdere, una jam session del bonjour? Non loro. Soprattutto considerando la bravura generale dei presenti, appurata il giorno prima. Il gruppetto si gode l'aria fresca del mattino, pregustando il momento in cui si uniranno agli altri nel mistico rituale della creazione di musica improvvisa e condivisa.
Alle dieci, però, non si vede ancora anima viva all'orizzonte. C'è solo qualche ragazzino in lontananza che gioca a briscola urlando fortissimo qualsiasi commento invadendo la circostante pace sonora, caratteristica propria di quell'età in cui devi per contratto far sapere al mondo intero che esisti e averne l'attenzione incondizionata qualsiasi cosa stia succedendo. Non proprio gente interessata a una jam session, comunque.
Alle dieci e mezza arriva qualche membro dell'organizzazione che installa un telo sopra al palco per proteggere gli strumenti dal sole in arrivo.
Alle undici parte della combriccola torna al paese natio per prepararsi a presenziare ad uno sposalizio che avverrà nel vespro della giornata medesima.
Alle undici e mezza qualche zombie emerge dalle grotte di tela aggirandosi alla ricerca di caffeina.
A mezzogiorno è ormai chiaro per i tre rimasti che i suddetti freschi francesi e suddetti freschi amici siano nel pieno della fase REM all'interno delle loro tende sapientemente posizionate in un lato della spianata che al culmine della corsa del sole sarebbe stato all'ombra (pure astronomi, questi).
Che fare? Il primo concerto della giornata è previsto per le quattro del pomeriggio. Questo gap di quattro ore (abbondanti, considerando verosimilmente una puntualità simile a quella del mattino) passate al sole, in silenzio, con poco cibo e con alle spalle le tre ore di sonno della nottata precedente, ha tutto l'aspetto di una disfatta annunciata. Ma rapida un'idea guizza nella mentre di uno dei tre, propagandosi per telecinesi anche nelle altre due:
"E se andassimo a mangiare in un ristorantino?"
Cibo interessante, tempo occupato, pranzo all'ombra, ristrutturazione delle forze. Tutto il necessario per ripresentarsi alle quattro carichi per l'inizio del pomeriggio musicale.
Nonostante per qualche strano motivo tutti i ristoranti nei dintorni di Montanabuccia siano chiusi all'ora di pranzo del sabato, i tre bersaglieri trovarono un posticino molto vicino, dall'intrigante nome de "La Pescaia", a soli cinque minuti di autovettura da dove si trovano.
Da un lato.
Perché girando la macchina nell'altro senso di marcia il minutometro schizza a 31.
Ricordatevi sempre di guardare sia a destra che a sinistra quando attraversate in montagna, avventurieri.
La baita del mistero
Burdi (che, checché se ne dica, è femmina), Pocca (che, checché se ne dica, è maschio) e Vitto (che, checché se ne dica, è alloggio) (non scrivete di notte, perché poi succedono queste cose) (e ora che ci siamo guadagnati il Pulitzer possiamo cambiare il nome in Mitto, per la già citata privacy) entrano in una specie di baita bislunga appoggiata sulla dolce sponda di un chiaro torrente di montagna, tra verdi montagne e nere motociclette parcheggiate in una fila ordinata davanti all'ingresso.
Fuori, un cartello avvisa gli avventori che l'unica opzione presente è un menù fisso a 25 soldi.
Dentro, una scelta stilistica legnoso-tirolese costellata da foto datate di giovani bikers, vecchi manifesti di case di piacere, targhe dalla più svariata provenienza, slogan del tenore di "io me ne strafrego" con un font in direttissima dagli anni '30, un telefono a muro della SIP e una grondaia che perimetra un inconcludente pergolato interno.
Gli viene indicato un tavolo a ridosso del lato corto, vicino a un mobile su cui sono appoggiate le varie oliere saliere pepiere da portare ai commensali.
Si siedono.
Aspettano.
Un signore che, data l'età, avrebbe dovuto trovarsi in giardino con un cappello sbiadito e delle ciabatte sfondate a dar l'acqua alle zucchine, arriva al tavolo.
"Vi porto l'antipasto. Salume della casa."
Un decreto di tale portata non si discute: si accetta. Anche il vino è della casa: bottiglia in vetro scuro senza tappo, con etichetta scritta a mano, fotocopiata su carta arancione e appiccicata al vetro con la più indicata per utilizzi di questo genere: la colla in stick. I primi indizi di ruspanza sono già stati disposti. Seguiti dall'arrivo silenzioso di un tagliere che sorregge un salame e un coltello, e di una ciotolina di carote tagliate alla julienne condite con l'aceto bianco. Il cameriere si defila di nuovo, e i tre iniziano ad affettare il salame con un brindisi di inaugurazione.
Affetta che ti affetta, le dinamiche dello svolgimento del pranzo restano ancora parecchio nebulose. C'è forse un menù da consultare? Un foglio che indichi quali siano le portate comprese nel menù fisso? C'è possibilità di scelta? Affetta che ti affetta, nessuno pare avere il compito di illustrare ai clienti cosa preveda il lauto pasto. Ormai il pane nel cestino è finito, e ancora nessuno.
"Forse non ci portano il primo finché non abbiamo mangiato tutto il salame - ipotizza Burdi.- Magari possiamo impilare i piattini, dovrebbe essere un buon segnale."
Così fanno, e aspettano.
Il cameriere porta via i piattini, in silenzio.
Aspettano.
Dopo aver svolto importanti mansioni in tutti gli altri tavoli, un secondo cameriere con la pelata e i capelli residui fino alle spalle appoggia i palmi al loro tavolo, accenna a un blocchetto di post-it con sopra scarabocchiato qualcosa in rosso, li guarda uno per uno e
"Tagliatelle
Tortellini
Tortelli"
e aspetta. I tre si interrogano con lo sguardo.
Burdi: "Io prendo i cappellet-i tortellini, grazie"
Pocca e Mitto, cercando supporto l'uno nell'altro: "Per me i tortelli", "Sì anche per me".
Cameriere, fissandoli:
"Ragù
Burro e salvia"
Altro consulto telepatico, "Ragù".
Il cameriere, senza aggiungere altro, riprende il blocchetto e se ne va. I tre restano ancora qualche attimo sospesi.
Quale sarà il ripieno dei tortelli? Ricordano di aver letto qualcosa a proposito di tortelli di ricotta al momento della ricerca di un posto per il pranzo. Chi vivrà, vedrà.
Aspettano.
Questa giornata si vive sul filo del rasoio.
"Siamo a dama?"
Pocca e Mitto sono seduti l'uno di fronte all'altro, conversando a bassa voce del più e del meno. Dalla sua prospettiva, a Burdi sembra di assistere a uno di quei film sulla pericolosa e disperata solidarietà nei periodi di guerra. Mitto ha un profilo da gioventù hitleriana, occhi aguzzi verdi, naso drittissimo, volto chiaro e sottile senza un filo di barba. I capelli portati da un lato con una riga netta, quando è in camicia con le maniche arrotolate al gomito sembra un militare in congedo degli anni '40 che va alle feste per esercitare il suo fascino da cadetto.
Pocca ha una carnagione olivastra, lineamenti dolci, occhi grandi e scuri e riccioli nerissimi in testa e nella barba di qualche centimetro. Le maglie di lino leggero nei toni chiari e neutri della terra che spesso indossa completano la suggestione araba che si porta dietro.
Mentre li guarda, Burdi pensa che se all'improvviso una squadra di SS irrompesse alla Pescaia crivellando di colpi Pocca e strappando i gradi a Mitto per poi sbatterlo al confino non ci troverebbe nulla di strano. L'unico intervento invasivo nei confronti del loro tavolo, però, è il cameriere con i primi. Appoggia i tre piatti e torna a curarsi degli altri avventori.
Le pietanze sono ottime: il brodo di carne dei piccoli tortellini montanari è da menzione speciale, con la sfoglia del tortelli (di ricotta, come ipotizzato) che segue a ruota.
Mentre mangiano prosegue l'esplorazione visiva della location. Innanzitutto è sempre più chiaro che l'età media del personale di sala si aggira attorno ai settant'anni. E anche quella degli addetti alla cucina, come la vista d'infilata dal loro tavolo laterale consente: pingui cuoche in pinocchietti e calzature da giardino in gomma, con grembiule annodato intorno alla vita e retine appoggiate in testa a mo' di fez, in pieno stile di festa del partito di paese.
Poco prima che finiscano i primi, il cameriere mezzo capelluto torna, stesso blocchetto, stesso appoggio, stesso sguardo
"Trota fritta
Salsiccia alla pirata
Pollo piccante"
Cosa comporterà la salsiccia alla pirata? Forse una salsiccia corredata da un uncino di stagnola su un mare di lattughina? Non si attentano a chiedere.
Burdi: "Per me la salsiccia alla pirata, per favore"
Pocca e Mitto: "Per me la trota fritta", "Anche per me".
Ci si accorda poi sul contorno di patate e insalata, che verrà consegnata corredata da un "prendete l'oliera là in cima" (dal mobile di fianco, se siete stati attenti.)
Altra esplorazione della fauna locale, questa volta con focus sugli avventori. Tralasciate un paio di famiglie, si può dividere tra biker con enormi stivali di plastica alti come galosce e gruppetti di amici dall'età più elevata di quella dei camerieri. Tutti, indistintamente, hanno l'aspetto di essere frequentatori assiduissimi della Pescaia. Arrivano i secondi. Pocca e Mitto si sporgono sulla famigerata salsiccia alla pirata, in attesa di delucidazioni. Burdi scompone il piatto in umido con la forchetta, poi assaggia.
"E'...è una salsiccia con la trota sopra."
Questa poi. Assaggiano tutti con diffidenza. A parte l'eccessiva salatura, ha un suo perchè. Le trote fritte, invece, sono intere e croccantissime. Le patatine, dal canto loro, sudano come uno stradino a mezzogiorno, fritte con una modalità probabilmente simile a quella di buttarle in una pentola di olio e lasciarle lì fino a che morte non sopraggiunga.
All'improvviso, l'inaspettato. Il cameriere si avvicina mentre stanno ancora mangiando. Si appoggia, li fissa. Senza post-it.
"Quindi?"
Sgomento negli occhi dei tre porcellini. Quindi? Quindi cosa? Sguardi disperati rimbalzano interrogativi da un volto all'altro. Finché, l'illuminazione.
"Aaah! Bene bene sì sì tutto molto buono!"
Il cameriere, zitto, si volta e se ne va. Prova superata. Riprendono il pasto con sollievo, ignari della seconda prova incombente.
Pochi minuti e il cameriere-oracolo torna. Si appoggia, li fissa.
"Siamo a dama?"
Alla disperazione si aggiunge il terrore. I tre si guardano intorno per scongiurare la presenza di una rupe Tarpea sul retro della baita dalla quale potrebbero venire lanciati in caso di risposta errata. Nei cervelli i neuroni sinapsano alla velocità della luce scandagliando tutte le possibili interpretazioni di tale interrogativo, a discapito del controllo delle espressioni facciali che li fa sembrare tre amebe a bocca aperta. Buffering. Si apre un file contenente una locuzione dialettale con terminologia differente ma con similare disposizione delle parole.
"Sì, grazie! Abbiamo finito, siamo a posto."
Risposta esatta. L'oracolo si dissolve.
Per festeggiare la vittoria è d'obbligo il dolce.
Il filosofo: "Che dolci ci saranno?"
L'osservatrice: "Ho visto che agli altri tavoli hanno portato della zuppa inglese e altre cose bianche con i frutti di bosco, forse panna cotta"
Lo stratega: "Le vecchie hanno preso tutte la zuppa inglese. Bisogna fidarsi delle vecchie! Le vecchie sono una sicurezza. Io prendo la zuppa inglese."
L'osservatrice: "Avete visto che fuori ci sono due adesivi di due anni diversi del Gambero Rozzo?"
Il filosofo: "Del Gambero Rosso vuoi dire."
L'osservatrice: "No no, proprio del Gambero Rozzo"
Lo stratega: "Sarà per questo che ci sono tutti questi rider."
La canuta Sibilla (S., per dopo) interrompe le loro elucubrazioni. Si appoggia, li fissa.
"Poi?"
Questa volta, forti delle esercitazioni precedenti, gli enigmisti (E., per dopo)riescono a recuperare tutte le parole mancanti della frase in un tempo relativamente breve.
"Prenderemmo volentieri un dolce."
Sibilla: "Sì."
Ogni affermazione del cameriere è autoconclusiva. Sì cosa? Possibile che debbano rilanciare sempre loro?
E.1: "E che dolci ci sono?"
S:
"Zuppa inglese
Gelato coi mirtilli
Pannacotta coi mirtilli"
E.2: "Per me la zuppa inglese, grazie"
E.1: "Per me il gelato con i mirtilli"
E.3: "E per me la pannacotta, grazie"
S: "Con?"
Forse si era persa il passaggio relativo alle opzioni delle varie salse di guarnizione.
E.3: "Cosa ci si può mettere sopra?"
S: "I mirtilli."
Ah no, non si era persa nulla.
E.3: "E allora con i mirtilli."
Il ritorno
La zuppa inglese dello stratega, come predetto, è all'altezza delle aspettative. Gelato e pannacotta, invece, senza infamia e senza lode.
Rimasti ormai l'ultimo tavolo, pagano, ringraziano, fanno i complimenti alle cuoche intente a pranzare ed escono.
L'aria tersa e fresca li porta a passeggiare attorno alla baita, scoprendo una grande vasca di trote, quelle che alla richiesta di "trota fritta" vengono prese, fritte e portate in tavola. Chilometro zero proprio che devi solo uscire dalla porta.
Salgono in macchina sazi, rinvigoriti e con i cervelli che stanno terminando di elaborare questa esperienza mistica.
A Montanabuccia ormai è tutto pronto per i concerti del pomeriggio: gli strumenti sono sul palco, tutte le persone sono in giro per la valle, tutti sono svegli e attenti, ancora in attesa. Il momento è perfetto.
I tre corrono verso il loro pubblico con il racconto che urge e spinge.
"Non immaginerai mai cosa ci è successo a pranzo! Siamo andati in un posto qua vicino, La Pescaia..."
Ci si potrebbe fare un cortometraggio !
RispondiEliminaComplimenti per descrizioni dei luoghi,delle persone e dei fatti