[ https://www.facebook.com/geenopunto/?fref=ts ecco chi mi ha fatto i disegni. E scritto metà della storia.
Quindi, concorso a premi: chi ha scritto il primo pezzo e chi il secondo? E dov'è avvenuto lo scambio del testimone? In palio la sempre ambitissima gloria eterna.]
Sulla statale era più di un'ora che cercavano un posto dove fermarsi a mettere benzina. Erano le due di una domenica pomeriggio, nuvolosa e con l’aria immobile. L'autunno, arrivato di nascosto con tutta la sua inopportuna pigrizia, non delude mai. -Oh! C'è un'area di servizio tra 400 metri, non la perdere che altrimenti non mangiamo più! -Mi preoccuperei di restare per strada, piuttosto, siamo in riserva da un bel po’. Che ce l'hai a fare quel cellulare in mano se non capisci il navigatore cosa dice? -Non è colpa mia, è lui che fa i capricci. Comunque accosta e non ti lamentare, siamo arrivati. E paghi tu. E zitto. La macchina si infilò nel parcheggio al lato della strada e subito si notava che il posto non era molto frequentato. La strada sterrata correva fino all'unica costruzione umana visibile: un prefabbricato di cemento, squadrato e poco invitante, su cui imperava un'insegna rosa elettrico. “Il Piattone”. Sembrava calato dall'alto, un pugno nell'occhio rispetto al giallo/arancio che dominava in quel posto pieno di alberi. -Entriamo a mangiare? -Boh, non vedo camionisti in giro. -E che c'entra? -La sai, no, la storia dei camionisti? Se ci sono camion fermi fuori un ristorante, significa che è buono.
Meglio di Trip Advisor. Invece delle 5 stelle, i 5 camion.
-Mai sentita, comunque. Eh. Lascia stare, entriamo che ho fame. Aprendo la porta a vetri, i due si trovarono davanti una sala immensa, ad occhio più grande di un campo da calcio. Al centro, un solo tavolo e una sola sedia. Entrambi giganteschi. -Ma che è? All'improvviso, da dietro una porta spuntò un omino panciuto, con una camicia i cui bottoni riuscivano a malapena a reggere il peso della pancia. Pochi capelli, unti per giunta, occhi suini e labbra sottili. Con voce nasale, quasi gridando esclamò: -BUONGIORNONE! Momento di pausa imbarazzata. Li fissava con quegli occhietti neri e profondi, con un sorriso un po’ viscido, immobile come una statua. -Salve, siamo in due. È possibile mangiare qualcosa? -MA CERTAMENTE! ACCOMODATEVI PURE! -Grazie mille. Ci sediamo li? -MA CERTAMENTE! ACCOMODATEVI PURE! -Sì, ma...c'è una sola sedia. -MA CERTAMENTE! ACCOMODATEVI PURE! I due si guardarono un attimo negli occhi cercando di non ridere. Scelsero di non porsi troppe domande e andarono a sedersi sull'unica sedia presente, abbastanza grande da poterci stare entrambi. Era tanto alta che i due avevano le gambe penzoloni e per salire si arrampicarono con un po’ di fatica. Sul tavolo, neppure a dirlo, una sola forchetta, un solo bicchiere, un solo coltello. Tutti sovradimensionati. -Io volevo fare benzina. Cosa c'è li per farla, il pompone? Mi dici dove siamo finiti? Cos'è, uno scherzo? Magari è come quando Alice mangia quella cosa e diventa piccolissima! Magari siamo rimpiccioliti e queste cose in realtà sono normali! L'unica cosa ad essere piccola qui è il tuo cervello. L'omino panciuto si avvicinò al tavolo in mille passetti, sembrava quasi danzare sulle punte. -LO CHEFFONE CONSIGLIA COME ANTIPASTONE UN INSALATONE DI MARE. PACCHERONE AL SEPPIONE COME PRIMO O RISONE ALL’ASPARAGO, FRITTURONE DI CALAMARONE PER GRADIRE. -Senta, scusi, non abbiamo capito. Cos'è il risone? Perché tutto finisce in “One”? Perché è tutto grande? -LO CHEFFONE CONSIGLIA COME… -Va bene, abbiamo capito. Prendiamo quello che consiglia lo chef. Lo CHEFFONE. L'omino panciuto con un sorriso gentile si voltò e tornò saltellando in cucina. -Non ci posso credere, a raccontarlo ci prenderebbero per pazzi. Perché poi ripete sempre le stesse cose? Cos'è, un robot? -È come il tuo navigatore satellitare! Ripete sempre le stesse cose, magari è rotto. -Almeno il servizio è veloce, guarda che arriva già. Dalla porta a soffietto uscì l'omino portando sopra la testa un grande piatto. Salì su una scala e pose davanti ai due l'antipasto. -INSALATONE DI MARE! Un unico tentacolo di polpo, grande quanto il tronco di una quercia. Si guardarono increduli, quella cosa era fuori da qualsiasi possibile immaginario. -Scusi, ma cos'è questo? -INSALATONE DI MARE! POLPONE! -Polpone. A me questa cosa fa senso, non è normale. Ci porti il primo, il paccherone per me ed il risone per lui. -CERTAMENTE! L'omino non fece una piega, il suo sorriso rimase plastico e gli zigomi continuavano a sottolineare i suoi occhietti suini. -Senti, questa deve essere una cosa organizzata, devono esserci delle telecamere. Ah ah! Bello scherzo! Uscite fuori adesso! -Guarda che a me quella cosa sembrava vera -È impossibile! Da dove l'hanno staccata, da un mostro marino? -Shh! Eccolo che torna già. Il cameriere questa volta entrò in sala con un carrello che sembrava un rimorchio. Si avvicinò al tavolo e, con un'apparente forza sovrumana, tirò su i giganteschi piatti su cui c'erano i primi. -RISONE ALL'ASPARAGO PER LEI, PACCHERONE PER LEI. BUON APPETITONE! Ancora una volta, i due si trovarono avanti uno spettacolo incredibile: un solo chicco nel piatto, grande quanto un pallone da rugby. Di fianco, un asparago delle stesse dimensioni di una scopa per spazzare il pavimento.
Il paccherone era un rettangolo di pasta abbastanza grande da coprire un letto matrimoniale. Sul maccherone, un anello di seppia delle stesse dimensioni, alto quanto una torta nuziale.
Gli stupiti avventori si guardarono in silenzio, come in cerca della prossima mossa da fare. -Buon...appetitone? -Per forza. Si accinsero ad assaggiare i due colossi, ma si palesò subito un altro problema. C'erano posatone solo per una persona. Arrangiarsi con le mani era impossibile anche solo a pensarci, a meno che qualcuno non desiderasse con ansia uno strappo muscolare. In mancanza d'altro ci si appellò alle regole della galanteria, e lei fu la prima a poter gustare quel piatto mastodontico. Mai aveva impiegato tanto tempo per finire una ciotola di riso, e la cosa strana era che qui di chicchi ce n'era solo uno. Un chicco che venne tagliato a fette con un dispiegamento di forze non indifferente. -Quando lo racconteremo non ci crederà nessuno-, ripetè, forse più a sé stessa. Si sentiva piena come al cenone (ecco forse perchè si chiama così) di Natale, e con fatica scese dalla gigantesca sedia. -Mangia pure il tuo, io vado un attimo al bagno. Neanche a dirlo, tutto era su misura di un golem. Dovette buttarsi a corpo morto contro la porta per riuscire ad aprirla, e soprassediamo sugli immaginabili disagi del dover svolgere la normale routine su una tazza il cui unico scopo sembrava quello di far cadere al suo interno chiunque avesse tentato l'impresa; e non parliamo dei salti che dovette fare per raggiungere lo specchio per controllare che non le fosse rimasto qualche residuo di asparagone nei denti. Ne uscì se possibile più spossata di quando fosse entrata. Si stupì parecchio scoprendo che nel frattempo lui aveva finito tutto il suo paccherone, e non sembrava mostrare segni di affaticamento, a parte una certa rigidità. -Come hai fatto? -Una passeggiata. In realtà, era sufficiente fare dei morsi molto grossi. Così semplice! Ordiniamo il dolce? Il solo pensiero le fece venire la nausea, e scosse la testa in modo piuttosto eloquente. -Come preferisci. Io ho ancora un certo languorino. Ma non ti sognare di rubare un morso del mio come tuo solito! Garçonne!!- urlò verso la cucina. Fulmineo come se stesse origliando dalla porta, il panciuto cameriere si materializzò con un carrello per dolci forse più simile a un muletto. Ogni porzione rasentava le dimensioni di un grosso televisore. Lui ordinò un mare di tiramisù nel quale affondava un Titanic di torta al cioccolato, e con gusto lo spazzolò fino all'ultima cucchiaiata. -Andiamo?- fece con aria soddisfatta. Lei lo seguì chiedendosi quale razza di tritarifiuti avesse a braccetto, e non volle neanche sapere a quanto ammontò il contone. Quando furono in macchina stettero un momento in silenzio, come per accertarsi di essere tornati alla normalità. Poi lei ribadì: -non ci crederanno mai. -Dici?- rispose lui ancora col busto rigido e un'aria di sfida. Lento si sbottonò la giacca e si girò verso di lei trionfante. -Non è possibile...come hai fatto? Quando io sono...sei incredibile! Sotto la maglia, attorno alla vita, infilato a mo' di busto, c'era il paccherone.

Quindi, concorso a premi: chi ha scritto il primo pezzo e chi il secondo? E dov'è avvenuto lo scambio del testimone? In palio la sempre ambitissima gloria eterna.]
Sulla statale era più di un'ora che cercavano un posto dove fermarsi a mettere benzina. Erano le due di una domenica pomeriggio, nuvolosa e con l’aria immobile. L'autunno, arrivato di nascosto con tutta la sua inopportuna pigrizia, non delude mai. -Oh! C'è un'area di servizio tra 400 metri, non la perdere che altrimenti non mangiamo più! -Mi preoccuperei di restare per strada, piuttosto, siamo in riserva da un bel po’. Che ce l'hai a fare quel cellulare in mano se non capisci il navigatore cosa dice? -Non è colpa mia, è lui che fa i capricci. Comunque accosta e non ti lamentare, siamo arrivati. E paghi tu. E zitto. La macchina si infilò nel parcheggio al lato della strada e subito si notava che il posto non era molto frequentato. La strada sterrata correva fino all'unica costruzione umana visibile: un prefabbricato di cemento, squadrato e poco invitante, su cui imperava un'insegna rosa elettrico. “Il Piattone”. Sembrava calato dall'alto, un pugno nell'occhio rispetto al giallo/arancio che dominava in quel posto pieno di alberi. -Entriamo a mangiare? -Boh, non vedo camionisti in giro. -E che c'entra? -La sai, no, la storia dei camionisti? Se ci sono camion fermi fuori un ristorante, significa che è buono.
Meglio di Trip Advisor. Invece delle 5 stelle, i 5 camion.
-Mai sentita, comunque. Eh. Lascia stare, entriamo che ho fame. Aprendo la porta a vetri, i due si trovarono davanti una sala immensa, ad occhio più grande di un campo da calcio. Al centro, un solo tavolo e una sola sedia. Entrambi giganteschi. -Ma che è? All'improvviso, da dietro una porta spuntò un omino panciuto, con una camicia i cui bottoni riuscivano a malapena a reggere il peso della pancia. Pochi capelli, unti per giunta, occhi suini e labbra sottili. Con voce nasale, quasi gridando esclamò: -BUONGIORNONE! Momento di pausa imbarazzata. Li fissava con quegli occhietti neri e profondi, con un sorriso un po’ viscido, immobile come una statua. -Salve, siamo in due. È possibile mangiare qualcosa? -MA CERTAMENTE! ACCOMODATEVI PURE! -Grazie mille. Ci sediamo li? -MA CERTAMENTE! ACCOMODATEVI PURE! -Sì, ma...c'è una sola sedia. -MA CERTAMENTE! ACCOMODATEVI PURE! I due si guardarono un attimo negli occhi cercando di non ridere. Scelsero di non porsi troppe domande e andarono a sedersi sull'unica sedia presente, abbastanza grande da poterci stare entrambi. Era tanto alta che i due avevano le gambe penzoloni e per salire si arrampicarono con un po’ di fatica. Sul tavolo, neppure a dirlo, una sola forchetta, un solo bicchiere, un solo coltello. Tutti sovradimensionati. -Io volevo fare benzina. Cosa c'è li per farla, il pompone? Mi dici dove siamo finiti? Cos'è, uno scherzo? Magari è come quando Alice mangia quella cosa e diventa piccolissima! Magari siamo rimpiccioliti e queste cose in realtà sono normali! L'unica cosa ad essere piccola qui è il tuo cervello. L'omino panciuto si avvicinò al tavolo in mille passetti, sembrava quasi danzare sulle punte. -LO CHEFFONE CONSIGLIA COME ANTIPASTONE UN INSALATONE DI MARE. PACCHERONE AL SEPPIONE COME PRIMO O RISONE ALL’ASPARAGO, FRITTURONE DI CALAMARONE PER GRADIRE. -Senta, scusi, non abbiamo capito. Cos'è il risone? Perché tutto finisce in “One”? Perché è tutto grande? -LO CHEFFONE CONSIGLIA COME… -Va bene, abbiamo capito. Prendiamo quello che consiglia lo chef. Lo CHEFFONE. L'omino panciuto con un sorriso gentile si voltò e tornò saltellando in cucina. -Non ci posso credere, a raccontarlo ci prenderebbero per pazzi. Perché poi ripete sempre le stesse cose? Cos'è, un robot? -È come il tuo navigatore satellitare! Ripete sempre le stesse cose, magari è rotto. -Almeno il servizio è veloce, guarda che arriva già. Dalla porta a soffietto uscì l'omino portando sopra la testa un grande piatto. Salì su una scala e pose davanti ai due l'antipasto. -INSALATONE DI MARE! Un unico tentacolo di polpo, grande quanto il tronco di una quercia. Si guardarono increduli, quella cosa era fuori da qualsiasi possibile immaginario. -Scusi, ma cos'è questo? -INSALATONE DI MARE! POLPONE! -Polpone. A me questa cosa fa senso, non è normale. Ci porti il primo, il paccherone per me ed il risone per lui. -CERTAMENTE! L'omino non fece una piega, il suo sorriso rimase plastico e gli zigomi continuavano a sottolineare i suoi occhietti suini. -Senti, questa deve essere una cosa organizzata, devono esserci delle telecamere. Ah ah! Bello scherzo! Uscite fuori adesso! -Guarda che a me quella cosa sembrava vera -È impossibile! Da dove l'hanno staccata, da un mostro marino? -Shh! Eccolo che torna già. Il cameriere questa volta entrò in sala con un carrello che sembrava un rimorchio. Si avvicinò al tavolo e, con un'apparente forza sovrumana, tirò su i giganteschi piatti su cui c'erano i primi. -RISONE ALL'ASPARAGO PER LEI, PACCHERONE PER LEI. BUON APPETITONE! Ancora una volta, i due si trovarono avanti uno spettacolo incredibile: un solo chicco nel piatto, grande quanto un pallone da rugby. Di fianco, un asparago delle stesse dimensioni di una scopa per spazzare il pavimento.
Il paccherone era un rettangolo di pasta abbastanza grande da coprire un letto matrimoniale. Sul maccherone, un anello di seppia delle stesse dimensioni, alto quanto una torta nuziale.
Gli stupiti avventori si guardarono in silenzio, come in cerca della prossima mossa da fare. -Buon...appetitone? -Per forza. Si accinsero ad assaggiare i due colossi, ma si palesò subito un altro problema. C'erano posatone solo per una persona. Arrangiarsi con le mani era impossibile anche solo a pensarci, a meno che qualcuno non desiderasse con ansia uno strappo muscolare. In mancanza d'altro ci si appellò alle regole della galanteria, e lei fu la prima a poter gustare quel piatto mastodontico. Mai aveva impiegato tanto tempo per finire una ciotola di riso, e la cosa strana era che qui di chicchi ce n'era solo uno. Un chicco che venne tagliato a fette con un dispiegamento di forze non indifferente. -Quando lo racconteremo non ci crederà nessuno-, ripetè, forse più a sé stessa. Si sentiva piena come al cenone (ecco forse perchè si chiama così) di Natale, e con fatica scese dalla gigantesca sedia. -Mangia pure il tuo, io vado un attimo al bagno. Neanche a dirlo, tutto era su misura di un golem. Dovette buttarsi a corpo morto contro la porta per riuscire ad aprirla, e soprassediamo sugli immaginabili disagi del dover svolgere la normale routine su una tazza il cui unico scopo sembrava quello di far cadere al suo interno chiunque avesse tentato l'impresa; e non parliamo dei salti che dovette fare per raggiungere lo specchio per controllare che non le fosse rimasto qualche residuo di asparagone nei denti. Ne uscì se possibile più spossata di quando fosse entrata. Si stupì parecchio scoprendo che nel frattempo lui aveva finito tutto il suo paccherone, e non sembrava mostrare segni di affaticamento, a parte una certa rigidità. -Come hai fatto? -Una passeggiata. In realtà, era sufficiente fare dei morsi molto grossi. Così semplice! Ordiniamo il dolce? Il solo pensiero le fece venire la nausea, e scosse la testa in modo piuttosto eloquente. -Come preferisci. Io ho ancora un certo languorino. Ma non ti sognare di rubare un morso del mio come tuo solito! Garçonne!!- urlò verso la cucina. Fulmineo come se stesse origliando dalla porta, il panciuto cameriere si materializzò con un carrello per dolci forse più simile a un muletto. Ogni porzione rasentava le dimensioni di un grosso televisore. Lui ordinò un mare di tiramisù nel quale affondava un Titanic di torta al cioccolato, e con gusto lo spazzolò fino all'ultima cucchiaiata. -Andiamo?- fece con aria soddisfatta. Lei lo seguì chiedendosi quale razza di tritarifiuti avesse a braccetto, e non volle neanche sapere a quanto ammontò il contone. Quando furono in macchina stettero un momento in silenzio, come per accertarsi di essere tornati alla normalità. Poi lei ribadì: -non ci crederanno mai. -Dici?- rispose lui ancora col busto rigido e un'aria di sfida. Lento si sbottonò la giacca e si girò verso di lei trionfante. -Non è possibile...come hai fatto? Quando io sono...sei incredibile! Sotto la maglia, attorno alla vita, infilato a mo' di busto, c'era il paccherone.

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